Dopo aver lasciato la Presidenza della Repubblica, Giorgio Napolitano non ha lasciato la scena politica.Nelle scorse settimane ha parlato di Europa, con analisi critiche e proposte di rara franchezza e lucidità

Alla sua rispettabile età, Giorgio Napolitano continua ad essere un protagonista della vita politica. Chi si aspettava di vederlo in pantofole dopo le dimissioni dalla Presidenza della Repubblica deve ricredersi e porre attenzione all’influenza, che è ancora in grado di esercitare e che va ben al di là della sua carica di Senatore a vita.

Negli affari di politica interna, per fare un esempio, si sta esponendo in prima persona nella difesa del prossimo referendun costituzionale. Ha anticipato il suo sì, motivandolo con la necessità di riformare la seconda parte della nostra Carta e di sostenere l’azione del Governo  su questo ed altri fronti. Lo ha fatto senza rinunciare al piacere della polemica, chiedendo ai 59 costituzionalisti che hanno firmato un documento critico se riuscirebbero a mantenere tanta compattezza condividendo un testo alternativo a quello votato dal Parlamento.

Ma ciò che più lo appassiona è la politica estera, che ha sempre frequentato dagli anni della formazione giovanile fino al lungo mandato presidenziale. Soprattutto lo appassiona l’Europa, cui ha dedicato larga parte del suo impegno politico meritandosi il riconoscimento “Altiero Spinelli” attribuitogli dal nostro Movimento lo scorso gennaio. Su queste pagine abbiamo dato conto della cerimonia svoltasi a Roma a Palazzo Giustiniani  e abbiamo riportato i passi fondamentali del suo intervento, nel quale di fronte alle massime autorità dello Stato ha ricordato quanto la vicinanza di Altiero Spinelli abbia contribuito alla sua formazione culturale e politica. Questo intervento è stato raccolto assieme ad altri in una pubblicazione, che ci aiuta a capire la sua lunga e complessa avventura politica (Europa, politica e passione – Feltrinelli, maggio 2016). Napolitano non è sempre stato federalista e nemmeno europeista, ma lo è diventato nella maturità. Lo confessa egli stesso nel saggio introduttivo, quando riconosce di essersi inizialmente schierato contro l’integrazione europea, aderendo acriticamente alla posizione del suo partito. Il Pci la considerava una operazione di un ristretto numero di Paesi dell’Europa occidentale per consolidare l’egemonia americana contro l’Unione sovietica, appesantendo il clima della guerra fredda. Dovettero passare molti anni perché quello schematismo est – ovest fosse superato ed anche la sinistra si rendesse conto dei successi dell’integrazione, lasciando cadere la pregiudiziale sulla parzialità di quel processo. Vennero poi le prime elezioni del 1976, che videro parecchi esponenti della sinistra convivere con altre personalità italiane di diverso orientamento nel nuovo clima del Parlamento di Strasburgo. Lo stesso Napolitano ne fu a lungo componente ed in quelle frequentazioni maturò la sua adesione al progetto europeo, divenuta ancor più convinta dopo la caduta del muro di Berlino e la  scomparsa del mondo che rappresentava. La sua analisi comprende temi di forte attualità come le migrazioni ed il terrorismo e diventa penetrante sulla crisi dei partiti oggi abbastanza trascurata, quando si parla dell’impasse della costruzione europea. Al fondo di tutto – scrive Napoletano – sta la mancanza della volontà politica, che è bloccata dalla preoccupazione di ogni leadership nazionale di perdere consensi in casa propria. Non dovrebbe essere così, ma è questo che avviene e la costruzione di formazioni partitiche di livello europeo rimane purtroppo un argomento fuori agenda.

Questa pubblicazione non può peraltro essere considerata il coronamento della sua visione politica. Ne ha preso in qualche misura le distanze nello stesso evento di presentazione  nella sala Koch di Palazzo Madama, definendola un contributo al dibattito sulla crisi dell’Unione, mentre oggi bisogna portare l’attenzione sulle cose da fare. Molti leader in questi ultimi mesi si sono defilati dai grandi temi della modernità e hanno cercato rifugio sotto l’ombrello del prossimo referendum sulla Brexit, in attesa del suo esito. Ma è un ombrello che servirà ancora per poco e comunque non li ha protetti dalle divisioni interne allo stesso nucleo dell’eurozona su molti temi, dalla linea del rigore contabile, alla garanzia europea sui depositi bancari, all’emissione di euro bond, fino ai migranti e alla sicurezza. Sarebbe davvero inaccettabile che i leader europei dopo aver concesso al Regno Unito di liberarsi dall’impegno di una “ever closer union”, lo disattendessero essi stessi continuando a viaggiare come fantasmi da un vertice all’altro. Devono dimostrare responsabilità e, se questa strada non è percorribile, trovarne un’altra esplorando per esempio quella delle integrazioni differenziate del resto prevista dai Trattati vigenti, per cui singoli raggruppamenti di Paesi possono stringere appositi accordi su materie, nelle quali avranno raggiunto una concordanza di vedute.

Poi devono essere consapevoli di non avere tutte le carte del mazzo, dato che proprio le più importanti sono in mano ai grandi protagonisti della scena mondiale. Su quest’altro versante, Napolitano ha fatto un cenno alla recente visita a Londra e Hannover di un Obama a fine mandato. Nella parte conclusiva del suo intervento, ha voluto sottolineare come ci abbia espresso una vicinanza forse inattesa, rivolgendosi tanto agli elettori inglesi che a quelli americani per ammonirli a non dare ascolto alle molte voci gridate che ci stanno portando all’intolleranza e alla disgregazione. In un  mondo sempre più difficile, il patto atlantico deve rimanere l’asse principale delle nostre relazioni internazionali, anche se dopo molti decenni deve essere rivisitato. Il voto inglese di fine giugno è certo importante, ma lo è di più quello di novembre, che dall’altra sponda dell’oceano ci darà un leader in grado di influenzare fortemente la storia politica dei prossimi anni.