Tullio de Mauro, linguista di fama internazionale, ha scritto un saggio interessante, dal titolo molto chiaro: “In Europa son già 103: troppe lingue per una democrazia?” Nel libro si passano in rassegna i principali problemi che questo gran numero di idiomi crea all’interno dell’Unione. Ad ogni modo, se 103 sono il totale dei dialetti che, nella storia, hanno assunto l’importanza di una lingua, in Europa ci sono 24 lingue ufficiali. Ciò ha un’importante conseguenza: i regolamenti, le direttive e tutti gli atti normativi dell’Unione devono essere scritti in tutte le 24 lingue. In realtà, spesso si scrivono in una di queste e si traducono nelle altre. Solo in questo modo ogni paese può far riferimento alla lingua che più si adatta al proprio sistema sociale. Le conseguenze principali sono due: i costi esorbitanti in termini di spese in traduzioni e una straordinariamente elevata incertezza nell’interpretazione di questi atti. Basti considerare, infatti, che nascono degli accesissimi scontri nelle interpretazioni degli atti giuridici della stessa lingua. Ora, potete immaginare quanto questo effetto, legato proprio alla natura delle lingue, possa esplodere in caso di multiple traduzioni da una singola base di partenza.

Ma il problema non si risolve qui. Tra le varie lingue, infatti, le varie posizioni di forza tra i vari paesi hanno portato alcuni idiomi ad imporsi su altri, dopo complicati processi di razionalizzazione.

Nelle procedure amministrative portate avanti nel nostro continente emergono su tutti l’inglese, il francese e il tedesco, soprattutto nei confronti della Commissione. Questo porta, insomma, a domandarsi se non sia più sensato metterci d’accordo per individuare una lingua “fondamentale”, se non ufficiale, dell’Unione.

Al riguardo si individuano due pensieri opposti: quello dell’inglese e quello di una possibile lingua artificiale, come l’esperanto. Le due scelte si poggiano, però, su motivazioni differenti. Chi sostiene l’inglese ne difende la straordinaria diffusione in tutto il mondo (oltre che in Europa) e l’enorme utilizzo nel mondo scientifico.

Chi difende lo sviluppo di una lingua artificiale ne difende il valore ideologico: saremmo pronti, finalmente, a creare un elemento veramente caratterizzante ed unificante dell’Unione, pur nel rispetto delle numerose lingue ufficiali. Unità nella diversità si diceva, o no?

Questa seconda ipotesi, sicuramente più affascinante, è veramente titanica dal punto di vista organizzativo e richiede un periodo di gestazione di almeno due generazioni, affinché si sviluppi completamente e attecchisca sulla popolazione.

Sinceramente non mi schiero in modo netto per uno dei due pensieri, viste le enormi differenze.

E voi, da che parte state?

Per una Europa Libera e Unita,

Federico Cazzaro