In tutti gli Stati europei esistono misure selettive di sostegno dei redditi, calcolate sulle condizioni economiche di persone e famiglie. L’Unione europea potrebbe sperimentare una propria misura universalistica, per cominciare a colmare il solco che la separa dalle popolazioni

Dal Trattato di Maastricht in poi, la struttura istituzionale dell’Unione viene rappresentata come un tempietto con tre pilastri. Un primo costituito dalle materie di competenza come il mercato interno, la concorrenza, la politica commerciale, per le quali vale il metodo comunitario ed in particolare il voto a maggioranza del Consiglio; un secondo denominato Pesc, relativo alla politica estera e di sicurezza, dove vige l’unanimità; ed un terzo relativo alla cooperazione di polizia e giustizia penale, con la medesima regola di voto. E’ un’immagine che rende bene i termini del compromesso allora raggiunto per tenere in piedi un edificio a mezzo tra federazione e confederazione, ampiamente sbilanciato a favore della seconda e per questo pericolosamente instabile.

Il Parlamento europeo chiede adesso un quarto pilastro: l’Europa sociale. Lo ha fatto lo scorso gennaio votando una enciclopedica Risoluzione di 24 pagine, articolata secondo lo schema delle mozioni. Nei 18 punti di premessa ricorda la Carta sociale europea, la Carta dei diritti sociali dei lavoratori, un paio di Convenzioni Onu, il Codice di sicurezza sociale del Consiglio d’Europa, le raccomandazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, oltre ad una serie di precedenti raccomandazioni proprie e di altri organismi dell’Unione. Nei 48 punti del dispositivo, impegna se stesso, la Commissione, il Consiglio, i singoli Stati, le parti sociali ad adoperarsi per contrastare la disoccupazione, favorire l’inserimento lavorativo dei giovani, promuovere le pari opportunità, garantire la sicurezza e la tutela sociale dei lavoratori in generale.

Questo torrenziale elenco di auspici e impegni è incentrato sulla condizione lavorativa. Fa eccezione un punto dedicato al Reddito minimo garantito (Rmg), valido erga omnes e da tempo sostenuto dalla legislazione di molti Paesi. Nel Regno Unito esiste dal 1988 l’Income support, nato sulle ceneri di altri analoghi istituti, per  redditi inferiori al minimo vitale; in Francia, il Revenu de solidarieté active, che nel 2009 ha riordinato il Revenu minimum d’insertion e l’Allocation parent isolé introdotti vent’anni prima; in Germania, il piano Hartz, che nel 2005 ha aggiornato vecchi istituti nati dal Sozialhilfe degli anni ‘60. L’Italia, considerata in Europa il fanalino di coda, ha ridotto notevolmente le distanze con la legge delega approvata dal Parlamento lo scorso marzo, che ha istituito il Reddito minimo d’inclusione a favore delle famiglie indigenti arrivato alla sua fase applicativa proprio in questi giorni.

In tutti gli Stati membri sono pertanto in vigore diverse misure riconducibili alla categoria del Rmg e non c’è ragione per cui si sovrapponga adesso un intervento europeo. Per contro, l’Unione potrebbe sperimentare un istituto di cui non c’è alcun cenno nel  profluvio di parole della risoluzione del Parlamento: il Reddito di cittadinanza (Rc), una misura spesso confusa con la prima per l’estrema variabilità e indeterminatezza delle denominazioni impiegate in materia, ma molto diversa nella sua concezione di fondo.

Le prime idee vengono fatte risalire al filosofo e rivoluzionario inglese Thomas Paine, uno dei padri fondatori degli Usa. In Europa il Rc è emerso dopo la prima guerra mondiale, entrando nella cultura federalista negli anni ’30 per confluire poi nel Manifesto di Ventotene nella parte attribuibile a Ernesto Rossi, dove vengono auspicate provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti un tenore di vita decente, senza pregiudizio per la propensione al lavoro e al risparmio. E’ una formulazione molto vicina a quella dello statuto del Basic income european network (Bien, associazione nata nel 1986) e sviluppata in termini radicali all’inizio di questo secolo da Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght. Nel loro “Il reddito minimo universale” (Università Bocconi Editore, 2006), i due belgi hanno proposto l’introduzione del Rc inteso come un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo delle risorse, né esigenza di contropartite. Tony Atkinson, massimo studioso delle disuguaglianze sociali recentemente scomparso, lo ha denominato reddito di partecipazione erogabile indipendentemente dalla condizione economica e lavorativa del beneficiario. In questi termini, una erogazione di 500 euro/mese ai circa  50 milioni di italiani di età superiore a 18 anni, comporterebbe una spesa di 300 miliardi di euro/anno, quasi il 20 per cento del Pil. Poca considerazione hanno ricevuto gli autori quando hanno avvertito che il suo costo verrebbe sensibilmente ridotto con la soppressione di vari tipi di sovvenzioni categoriali e con una tassazione a carico delle classi più agiate. La loro proposta non ha trovato applicazione in nessuna parte del mondo e resta confinata ad una prospettiva remota non solo per il suo iperbolico costo di base, ma anche per il rischio di dare vita a sacche di parassitismo popolate da nullafacenti.

Tuttavia il Rc continua ad affascinare come misura non legata a condizioni di indigenza  e può contare oggi su nuove motivazioni suggerite dalle profonde trasformazioni in atto nel mondo della produzione e del lavoro. Le ha ben colte, tra i primi, Ulrich Beck, per il quale la crescente disoccupazione non dipende più dalle cicliche crisi economiche, bensì dai successi di un capitalismo tecnologicamente avanzato. Il vecchio strumentario economico-politico è superato e su tutto il lavoro salariato incombe la minaccia della produttività, che comporta sempre eliminazione di lavoro umano difficilmente compensabile dall’affermazione di nuovi settori ad alto livello di conoscenza e del loro indotto. Le sicurezze e le libertà democratiche fino ad oggi garantite dal lavoro a livello di massa potranno essere salvaguardate solo introducendo un reddito di cittadinanza inteso come compenso di un lavoro di impegno civile auto – organizzato e finalizzato al bene comune (Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto della sicurezza e nuovo impegno civile – Einaudi, 2000)

Potremmo sintetizzare la visione del grande sociologo tedesco in una forma evoluta della cittadinanza attiva. Può regolamentarla lo stesso Parlamento, che nel 2007 ha approvato la Carta dei diritti fondamentali, incorporata poi nel Trattato di Lisbona, omettendo di proposito quella dei doveri. Un argomento che è opportuno riprenda e approfondisca con la proposta del quarto pilastro, rivolgendosi alle popolazioni e colmando il solco che le tiene ancora lontane dal progetto di integrazione.