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Frammenti di mondo, Politica estera

Hong Kong: gli USA firmano a favore delle proteste

Nei giorni scorsi il Presidente americano Donald Trump ha deciso di firmare la legge varata la settimana precedente dal Congresso che sostiene le proteste per la democrazia ad Hong Kong, la legge 1838 “Hong Kong Human Rights and Democracy Act of 2019”. In una nota diffusa dalla Casa Bianca il Presidente fa sapere che alcune disposizioni dell’atto potrebbero interferire con la politica estera degli Stati Uniti, e in tal caso la sua amministrazione tratterà queste disposizioni seguendo le prerogative costituzionali del presidente riguardo alla politica estera.

Fino a qualche giorno prima era incerto se Trump avrebbe o no firmato il disegno di legge. Dopo l’approvazione da parte del Congresso, il presidente aveva dieci giorni per firmare la legge o porre il veto: in un primo momento aveva dichiarato la sua intenzione di firmare la legge, ma aveva poi subito ritrattato spiegando che dava il suo appoggio ai giovani manifestanti e alle loro proteste pacifiche, ma che non poteva impegnarsi a siglare il provvedimento perché non se la sentiva di fare un “torto” al Presidente cinese Xi Jinping, in quanto suo amico. Alla fine però Trump non ha praticamente avuto scelta, si è visto mettere alle strette, e ha ceduto, anche perché la legge era stata votata favorevolmente da tutto il Senato, e alla Camera aveva ricevuto un solo voto contrario. Ma cosa contiene esattamente questo atto?

La legge sostanzialmente prevede innanzitutto l’autorizzazione al governo americano di produrre un report annuale che valuti il rispetto da parte del governo di Pechino dell’autonomia della città di Hong Kong, che ricordiamo essere appunto un territorio semi-autonomo dal 1997. Stabilisce poi delle sanzioni per i funzionari pubblici in caso di violazioni dei diritti umani, e vincola il trattamento speciale riservato dagli Usa ad Hong Kong a revisioni periodiche sullo stato dei diritti umani e civili. Inoltre, nella seconda parte del disegno di legge, si prevede il divieto di vendere nella città di Hong Kong le armi per il controllo e per la gestione dell’ordine pubblico come lacrimogeni e proiettili di gomma. I protestanti hanno accolto con grande felicità la notizia della firma: nella serata di mercoledì 27 novembre infatti 100mila persone hanno festeggiato la firma del presidente, e alcuni di loro hanno addirittura sventolato la bandiera americana.

Fin dalla notizia della firma si è temuto per i rapporti tra i due Paesi, sostenendo che si potrebbero avere delle conseguenze molto importanti sull’intesa commerciale che le due potenze mondiali sembrava stessero finalmente trovando. Si è espresso negativamente lo stesso governo di Hong Kong, dichiarando che la mossa della Casa Bianca è da ritenersi ingiustificata e inutile, soprattutto a seguito delle elezioni locali del 25 novembre in cui hanno trionfato i candidati pro-democrazia. Ma a preoccupare è stata la risposta di Pechino, che non si è fatta attendere: un comunicato del ministero degli Esteri cinese recitava “avvertiamo gli Stati Uniti a non agire arbitrariamente, o altrimenti la Cina contrattaccherà, e gli Usa dovranno sostenere tutte le relative conseguenze”, e sosteneva che la mossa del presidente avesse natura egemonica e sinistre intenzioni, e che violasse in modo grave il diritto internazionale e le norme di base che regolano i rapporti internazionali. Trump, avvertita la minaccia, ha voluto subito calmare gli animi, precisando che questa firma non rappresenta un indice di opposizione al governo di Hong Kong, e che il suo augurio è che tutto si risolva nella maniera più pacifica e che porti prosperità a tutti. Le sue parole sono però non hanno avuto l’effetto desiderato, e infatti a qualche giorno di distanza dalla firma il governo cinese ha già cominciato a prendere provvedimenti verso gli Usa: la portavoce del ministero degli Esteri ha annunciato che non saranno più accettate le richieste da parte della marina militare statunitense per entrare ad Hong Kong con navi o aerei, e ha poi dichiarato che verranno applicate delle sanzioni contro alcune Ong statunitensi, come la Freedom House e la Human Rights Watch. La portavoce ha poi aggiunto che non è escluso che non ci siano in futuro altre azioni contro la Casa Bianca, se dovessero risultare necessarie.

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