Esattamente due anni fa le prime pagine di tutti i notiziari internazionali erano dedicate alla scomparsa di quel giovane ricercatore italiano il cui nome è ormai nella memoria di tutti : Giulio Regeni. Il 3 febbraio 2016 il suo corpo venne ritrovato in un fosso alla periferia del Cairo nudo, martoriato da innumerevoli torture.

Giulio era un dottorando dell’Università di Cambridge, ed era curioso; talmente curioso da decidere di stabilirsi in Egitto, a Giza, città molto vicina al Cairo, per condurre una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti. E Giulio decise che per andare a fondo in questa realtà l’approccio migliore era quello della c.d. “ ricerca partecipata ”, un metodo che prevedeva numerosi contatti diretti con i soggetti dell’indagine. Il giorno in cui scomparve, il 25 gennaio, era una data non indifferente per l’Egitto : ricorreva infatti il quinto anniversario della rivoluzione del 2011 che portò alla caduta del regime di Mubarak. La situazione al Cairo quel giorno era tesa, c’era il rischio di manifestazioni e proteste. Quella sera Giulio uscì per recarsi ad una festa di amici, alla quale non arrivò mai. Ancora oggi sul suo sequestro, tortura e uccisione ci sono solo sospetti.

Fin da subito le autorità egiziane assicurarono la loro collaborazione nelle indagini sulla morte del ricercatore, collaborazione che poi in concreto non concessero, anzi, fecero di tutto per depistarle. Nei mesi successivi al ritrovamento del corpo infatti, gli investigatori egiziani avanzarono numerose teorie prive di senso : dall’ omicidio passionale ad una rapina finita male. Le riprese della stazione della metropolitana dove Regeni è stato visto per l’ultima volta furono cancellate, e agli inquirenti italiani fu data la possibilità di interrogare i testimoni solo per pochi minuti.

Solo nel settembre 2016 il procuratore capo egiziano Nabil Sadek in visita a Roma ha ammesso che il ricercatore italiano era stato sottoposto ad indagini e sorveglianza da parte della polizia egiziana prima della sua scomparsa, ed era stato tradito dalle persone di cui si fidava, come l’allora leader del sindacato degli ambulanti, Mohammed Abdallah, che faceva da informatore dell’Agenzia di sicurezza nazionale alla quale comunicava tutti gli spostamenti di Regeni. Lo stesso coinquilino del giovane italiano, un avvocato egiziano, lo spiava.

Da due anni i genitori del ricercatore portano avanti la campagna di Amnesty International “ Verità per Giulio Regeni ” come richiesta al governo italiano di portare a termine le indagini e finalmente dare un nome ai responsabili della morte di loro figlio.

Gli ultimi aggiornamenti sulle indagini risalgono allo scorso 9 gennaio, data in cui è stata interrogata la tutor di Regeni dell’Università di Cambridge. La docente si è dimostrata poco collaborativa, ma fra tanti “ non ricordo ” afferma con certezza che è stato proprio il giovane italiano ad offrirsi per portare avanti la ricerca in Egitto. Questa dichiarazione però viene smentita da una mail scritta dallo stesso Regeni in cui il ragazzo afferma di aver ricevuto pressioni dalla tutor per recarsi in Egitto e indagare sui sindacati dei venditori ambulanti. Ma allora perché la docente mente? Perché l’ Università di Cambridge si dimostra così reticente a collaborare? Lo stesso procuratore di Roma Giuseppe Pignatone critica l’Università britannica per le innumerevoli contraddizioni, ma al contempo fa sapere che si è già giunti ad alcune parziali conclusioni, ma la procedura è ancora lenta e complessa.

Al momento la conclusione certa è una sola: Giulio era un ragazzo brillante, coraggioso, era una risorsa a cui è stata tolta ogni forma di dignità. La speranza è che non manchino l’attenzione e l’impegno su questo caso anche da parte del prossimo Governo; che prima del prossimo anniversario della sua morte i responsabili siano stati identificati uno ad uno e venga fatta giustizia.