Domenica scorsa è stata una giornata politicamente impegnativa. Oltre al nostro tanto aspettato referendum costituzionale, dall’altra parte delle Alpi gli austriaci sono andati al voto per eleggere il proprio Presidente della Repubblica. In realtà saprete che questa è la seconda volta che i nostri vicini esprimono la propria opinione su questa materia: già a maggio l’Austria aveva tenuto col fiato sospeso tutta l’Europa con lo scontro fra il verde Van der Bellen e il fascista Hofer, dopo un primo turno in cui l’estrema destra aveva letteralmente trionfato, staccando di 14 punti i Verdi. Al ballottaggio, il risultato era stato a favore del primo, ma si trattava di una vittoria talmente sul filo del rasoio che sono bastate alcune irregolarità nei voti per corrispondenza per annullare le elezioni.

Sei mesi dopo, il voto si ripete. Fortunatamente per noi federalisti, Van der Bellen si è confermato vincitore, questa volta staccando il proprio avversario di ben sei punti – 47% contro 53% – e il FPOE di Hofer ammette la sconfitta. Le elezioni austriache ci insegnano però molte cose.

In primis, il popolo conferma di essere stanco della politica tradizionale; sia Hofer che Van der Bellen vengono da due schieramenti politici che si sono fatti conoscere da pochi anni, crescendo e aumentando il proprio seguito fra tutte le fasce della popolazione. I partiti storici e già affermati sono stati tutti scartati già al primo turno, dimostrando scarsa attrattività e flessibilità. Si è dunque arrivati ad uno scontro fra due partiti che in comune avevano solamente l’opposizione al TTIP: l’Austria si è spaccata fra estrema destra ed “estrema sinistra” (i Verdi sono sicuramente più a sinistra dei socialisti, ma non possono essere definiti comunisti). Un’elezione così polarizzata non avveniva da molto tempo in un paese occidentale ed altamente industrializzato. Azzarderei addirittura che non sia mai successo dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Se noi federalisti possiamo gioire per la vittoria del candidato più filoeuropeo – o meglio, della sconfitta del candidato decisamente euroscettico – dobbiamo comunque riflettere su questo scontro. Credo che non si possa davvero essere contenti di scegliere fra estrema destra ed estrema sinistra. La colpa è sicuramente dei vecchi partiti, che non sanno rinnovarsi e proporre qualcosa di nuovo al popolo; parte è anche dell’Europa, che non riesce a risolvere la questione migranti (vi ricordo il fantomatico muro al confine con l’Italia che i socialisti hanno dovuto promettere a marzo per avvicinare gli elettori moderati); parte è dei cittadini, da cui si genera (e a cui parla) la politica.

Il problema più grosso è che Hofer, nonostante la sconfitta, rimane dov’è. Il suo partito conquista un numero di seggi che non ha mai potuto vantare e avrà una visibilità mediatica che gli darà ulteriore volano. Non bisogna trascurare che il paese che ha dato i natali a Hitler ha ricominciato a spingere l’estrema destra; questo è il secondo segnale che non va trascurato, nonostante questa volta ci sia andata bene.

L’Europa deve rispondere in maniera efficace a questo scampato pericolo, perché può darsi che la prossima volta non vada altrettanto bene. La questione migranti continua a peggiorare e sembra che non ci sia l’intenzione di risolverla. Mentre i politici dormicchiano e si fanno i conti in tasca, assisteremo alle elezioni in Olanda, in cui il populista euroscettico Wilders è quotato al 30%, in Francia e in Germania. Nel frattempo, dobbiamo anche dare un occhio di riguardo all’Italia dopo il risultato del referendum.

Arginare i populismi non è cosa facile, ma vanno fatti tutti gli sforzi necessari. Oltre alla vittoria di Van der Bellen, l’altra cosa positiva delle elezioni austriache è che un professore di Economia ha battuto un sistemista, dimostrando che le università non sono necessariamente lontane dalle piazze. I politici europei devono avvicinarsi alla gente comune ed imparare a dialogare con ogni ceto sociale. Probabilmente l’Europa ha contribuito alla vittoria di Van der Bellen in qualche misura; è ora di cambiare marcia, perché non ci vuole tanto perché il risultato cambi.