Nei giorni scorsi abbiamo letto due interessanti interventi di altrettanti rappresentanti del Governo italiano. Nel corso di un Forum al Corriere della Sera, il Ministro agli Esteri Paolo Gentiloni ha annunciato una iniziativa assieme agli altri cinque Paesi fondatori per rilanciare il processo di integrazione “a partire dalla sua base più omogenea”. Il giorno successivo, Sandro Gozi Sottosegretario alle politiche comunitarie e iscritto Mfe, ha pubblicato sul medesimo quotidiano un lungo articolo scorrendo la sua agenda di lavoro per un governo più democratico dell’euro, una politica di crescita, la tutela dei diritti fondamentali, lo status dei rifugiati, toccando temi vecchi e nuovi.

E Renzi? Il suo pensiero sull’Europa rimane un enigma. Da quando è Presidente del Consiglio ha preso posizioni talmente altalenanti, da far dubitare che ne abbia uno. Nel discorso al Parlamento europeo, che ha dato inizio al semestre di presidenza italiana il 2 luglio 2014, si era detto consapevole della grande sfida che lo aspettava per ritrovare l’anima dell’Unione ed il senso stesso dello stare insieme. In quell’occasione aveva infiammato i cuori dei giovani, dicendo con un efficacissimo paragone che sua era la generazione Telemaco e come il figlio di Ulisse si apprestava a raccogliere l’eredità dei padri fondatori e a farla propria per il futuro.

Tuttavia appena un mese dopo si contraddiceva, entrando in rotta di collisione con Draghi che aveva segnalato l’insufficienza delle politiche monetarie e richiamato la necessità di supportarle con un parallelo trasferimento di sovranità. Da Roma, gli aveva risposto che si attenesse al suo mestiere, si limitasse cioè a vigilare sulla stabilità dei prezzi e non si addentrasse in questioni di politica economica generale, che rimanevano di competenza dei singoli Governi e Parlamenti. Concetto che ha più volte ribadito in seguito ed anche recentemente nell’impostazione della Finanziaria 2016, quando ha apostrofato come “euroburocrati” le autorità di Bruxelles che si erano permesse di avanzare alcune prime informali osservazioni, del tutto indifferente ai Trattati e ai regolamenti per l’unione di bilancio.

Bastano questi esempi per tracciare un primo profilo di Renzi: né pro, né contro l’integrazione europea. Sta in una terra di mezzo e usa l’argomento europeo per raffazzonare consensi, alla stregua di molti altri di sapore populista come gli 80 euro un anno fa e l’esenzione Tasi per le prime case adesso, senza alcun imbarazzo per la sproporzione. Si aggrappa all’Europa quando è in difficoltà e se ne discosta, quando gli serve l’orgoglio nazionale. Per le ondate migratorie l’Europa va bene, per gli indirizzi politica economica no. E’ un gioco antico che abbiamo visto fare da molti uomini politici prima di lui e vediamo fare ora da altri leader suoi contemporanei. Se guardiamo ai principali Paesi, troviamo numerose espressioni di fede europeista alternate ad altre di arroccamento nazionale, senza arrivare ai casi dei Paesi dell’ex cortina di ferro che incassano sovvenzioni e tirano su muri.

Quando si trovano di fronte alla prospettiva federale, i leader nazionali temono di finire retrocessi a figure di secondo piano e si rifugiano tutti nel metodo intergovernativo, anche se pochi hanno la forza per fare la voce grossa e molti possono solo ascoltare. Renzi fra questi ultimi. E’ rimasto fuori da molti vertici preparatori delle sedute del Consiglio europeo, come quelli fra tra Hollande e Merkel che si sentono talmente padroni della situazione da presentarsi in coppia al Parlamento per dettare la loro linea in tema di immigrazione. Se ne è lamentato con la Mogherini, che negli ambienti diplomatici è considerata “l’italiana” e per la sua stessa carica lo terrà sistematicamente fuori dagli incontri di politica estera. Niente fa pensare che il clima possa cambiare per gli altri 4 anni di mandato della nostra Commissaria, che non ha voluto nemmeno incontrare al summit dell’Onu di fine settembre, scaricando la sua irritazione sul bersaglio sbagliato. Farebbe meglio prendersela con la propria ambiguità e abbandonare la linea ondivaga finora seguita che, se gli ha permesso di barcamenarsi in qualche modo alle prime esperienze sulla scena internazionale, lo vedrebbe alla lunga perdente. E’ un leader giovane, dinamico, ambizioso e ha molto tempo davanti a sè. Gli tornerebbe utile inventarsi una linea originale, per la quale non deve fare nemmeno grandi sforzi. Basta che riprenda in mano gli appunti, di cui si è servito per il suo sfolgorante esordio al Parlamento di Strasburgo e li usi per parlare anche alle popolazioni. Molti lo ascolterebbero.